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Sotto l'Ombra del Gran Sasso: L'Abruzzo nella Rete Segreta della Guerra Fredda e degli Anni di Piombo

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Edita | SynaxisValencia
5 ott
Tempo di lettura: 9 min

Vittorio Aceto  ORCID  0009-0000-6495-3554


Abstract

Tra gli anni Sessanta e i primi anni Novanta, l’Abruzzo e la dorsale appenninica centrale, pur apparendo geograficamente e politicamente defilati rispetto ai grandi centri della politica nazionale, hanno svolto un ruolo strategico di primissimo piano nello scacchiere dello spionaggio internazionale e dell’eversione politica. Grazie alla sua conformazione geografica e alla posizione strategica, il territorio regionale si è rivelato una vera e propria cerniera logistica e operativa, del tutto centrale per le dinamiche riservate sia di portata nazionale che internazionale. Il presente lavoro analizza questo complesso scenario attraverso un riesame sistematico della documentazione parlamentare, tra cui spiccano i riscontri della Commissione d’inchiesta sul "Dossier Mitrokhin" basati sugli archivi del Primo Direttorato Centrale del KGB, e degli atti giudiziari e istruttori dedicati alle organizzazioni eversive di diversa matrice ideologica, dall'estrema destra all'estrema sinistra.


Introduzione

L’indagine ripercorre e traccia la mappa delle attività clandestine nella regione articolandosi lungo tre assi principali: la presenza dell’intelligence sovietica, ovvero la mappatura di infrastrutture coperte, punti di interesse strategico e strutture di sabotaggio attribuite al blocco sovietico nel contesto della Guerra Fredda, le dinamiche geopolitiche e il traffico d’armi, legato alle rotte per il Medio Oriente e alle conseguenti tensioni diplomatiche e informative, in particolare tra l’Italia e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ed infine, la rete dell'eversione interna, con l'impiego del territorio abruzzese come retrovia sicura, base logistica e sede di covi per i gruppi della lotta armata attivi durante gli Anni di Piombo. Nel loro insieme, queste evidenze mostrano come l'Abruzzo abbia rappresentato uno snodo essenziale e insospettabile per comprendere appieno la storia della sicurezza e delle minacce coperte nell'Italia della Guerra Fredda.


Discussione

Nel quadro della pianificazione militare dell'Unione Sovietica e del Patto di Varsavia per l'Europa meridionale, l'area appenninica e la fascia costiera adriatica rappresentavano direttrici di supporto logistico e informativo di fondamentale rilevanza. I report del Dossier Mitrokhin (in particolare i Report 237 e 238) e le successive indagini della pratica Impedian hanno rivelato la presenza di depositi sotterranei segreti ubicati al confine tra il Lazio e le zone interne abruzzesi. In questi nascondigli interrati erano custodite apparecchiature radio-ricetrasmittenti d'alta tecnologia, destinate a garantire le comunicazioni riservate per agenti "illegali", gruppi di sabotaggio e forze speciali (Spetsnaz) in caso di conflitto armato con la NATO. A protezione del materiale vi erano ordigni d'autodistruzione (Molnya). I siti sono stati bonificati e messi in sicurezza nel 1999 dal Reparto Antieversione del ROS dei Carabinieri e dalla Procura della Repubblica di Rieti. Parallelamente alle infrastrutture interne, la fascia costiera abruzzese e il porto di Ortona sono stati oggetto di costante attenzione da parte degli apparati d'intelligence del blocco sovietico. La posizione geografica di Ortona la rendeva uno snodo d'interesse per il controllo dei traffici adriatici e per la mappatura dei punti d'infiltrazione e approdo discreto sulla dorsale centro-italiana. Il fatto più rilevante verificatosi in territorio abruzzese si svolse la notte tra il 7 e l'8 novembre 1979, il territorio abruzzese divenne il teatro di uno degli eventi più critici della storia geopolitica dell'Italia repubblicana. Presso il porto di Ortona, le forze dell'ordine intercettarono un furgone con a bordo tre esponenti di spicco dell'Autonomia Operaia romana: Daniele Pifano (rappresentante del CUB di via dei Volsci), Luciano Nieri e Giorgio Baumgartner, insieme ad Abu Anzeh Saleh, responsabile della struttura operativa in Italia del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP). L'arresto dei tre esponenti di Autonomia Operaia e del militante giordano avvenne in modo apparentemente fortuito. Un'auto dei Carabinieri notò nella notte un furgone Peugeot che viaggiava a fari spenti lungo la strada statale ad Ortona. All’interno del veicolo vennero rinvenuti e sequestrati due lanciamissili terra-aria sovietici Strela-2 (codice NATO SA-7 Grail), destinati a essere imbarcati sulla motonave Sidon per essere esfiltrati in Libano. L'operazione condotta a Ortona provocò la rottura accidentale delle intese informali e coperte note come "Lodo Moro", stipulate tra i servizi d'informazione italiani e i vertici della resistenza palestinese (in particolare l'FPLP di George Habash). Tali patti garantivano l'immunità del territorio nazionale da attacchi in cambio del libero transito di armi e materiali non destinati a operazioni in Italia. L'arresto dei militanti e di Saleh da parte dei Carabinieri innescò immediate minacce di ritorsione da parte dell'FPLP, con pesanti ripercussioni diplomatiche e informative. L'atteggiamento dell'allora Primo Ministro Francesco Cossiga fu di estrema cautela, riservando totale fiducia alla magistratura. Anni dopo, i documenti ufficiali e le carte segrete del SISMI hanno svelato che dietro il prudente silenzio delle istituzioni si celava una gravissima emergenza di sicurezza nazionale. Le informative segrete inviate a Cossiga nella primavera del 1980 evidenziavano, infatti, come lo Stato italiano fosse sotto la minaccia immediata di sanguinosi attentati da parte dei palestinesi dell'FPLP, pronti a vendicare il mancato rilascio del militante arrestato. Figura centrale della mediazione tra lo Stato italiano e l'FPLP fu il Colonnello Stefano Giovannone (noto con il nome in codice "Maestro"). All'interno della storia dei servizi segreti italiani, ha rappresentato la figura chiave e il principale garante operativo del "Lodo Moro". Nella vicenda dei missili di Ortona, Giovannone si trovò in una posizione centrale e drammatica, agendo da cuscinetto tra le istituzioni di Roma e la leadership palestinese, divenendo il canale attraverso cui transitarono le pesantissime minacce di ritorsione provenienti dal Medio Oriente tra la fine del 1979 e la primavera del 1980. Per disinnescare la crisi, Giovannone propose ripetutamente una "soluzione politica" e diplomatica, suggerendo di concedere la libertà provvisoria a Saleh per motivi di salute o di espellerlo rapidamente verso il Libano, ricalcando le procedure già utilizzate in passato per altri attivisti arabi. La linea dell'intransigenza legale adottata dal governo e dai giudici dell'Aquila, tuttavia, bloccò qualsiasi tentativo di mediazione, segnando la fine dell'efficacia del Lodo Moro. Interessante evidenziare come nelle carte dei servizi segreti spunta ripetutamente il nome di Ilich Ramírez Sánchez, il famigerato terrorista internazionale noto come Carlos lo Sciacallo. Carlos era strettamente legato all'FPLP e, secondo le informative inviate dal colonnello Giovannone da Beirut, la sua cellula europea ("Separat") si era messa a disposizione dei palestinesi per compiere l'attentato punitivo contro lo Stato italiano qualora la magistratura non avesse rilasciato Saleh. Le ritorsioni legate al caso di Ortona e alla mancata liberazione di Saleh sono state successivamente ricollegate dagli atti d'inchiesta alla scomparsa a Beirut dei giornalisti italiani Graziella De Palo e Italo Toni nel settembre 1980, oltre che alle indagini sulle reti di supporto internazionali coinvolte nella stagione delle stragi, tra cui la Strage di Bologna del 2 agosto 1980. Ad avvalorare la tesi di una potenziale implicazione palestinese nella strage bolognese, il 12 maggio 1980 il SISMI registrò un appunto formale e drammatico: George Habbash, leader del FPLP, dichiarò ufficialmente scaduta la garanzia di sicurezza per l'Italia, riprendendosi la "libertà di azione" a causa della violazione degli impegni da parte del governo italiano. Esattamente 82 giorni dopo quel documento d'intelligence, il 2 agosto 1980, una bomba distrusse la stazione di Bologna. Per dovere di cronaca bisogna riportare una leggenda metropolitana (ma supportata da alcune testimonianze parziali di ex agenti segreti) racconta che, per sedare la furia dei palestinesi dopo la condanna dei corrieri, lo Stato italiano abbia alla fine trovato un compromesso informale: i militanti restarono in carcere, ma i micidiali missili Strela-2 sequestrati a Ortona vennero segretamente fatti sparire dai depositi militari e "restituiti" ai canali palestinesi attraverso una triangolazione coperta in Medio Oriente, supponendo, inoltre, che tali missili non dovessero raggiungere il Libano, bensì l’Iran, con funzione di supporto alle neonata Repubblica Islamica. Vista l’ intransigenza della magistratura abruzzese è bene vedere l’esito giudiziario dei vari arrestati. In Primo Grado, il 25 gennaio 1980, il Tribunale Penale di Chieti condannò i cinque imputati a sette anni di reclusione per detenzione e trasporto di armi da guerra. In Secondo Grado, la Corte d'Appello dell'Aquila ridusse le pene a cinque anni di reclusione, confermando la responsabilità penale per le armi da guerra ma mantenendo l'istruttoria nei limiti del diritto penale ordinario, senza menzione dei patti d'intelligence emersi solo decenni dopo. La particolarità della gestione giudiziaria risiede proprio nell'assoluto silenzio, mantenuto durante i primi gradi di giudizio, sui retroscena internazionali, difatti venne inviata una lettera al Tribunale Penale di Chieti, direttamente dai terroristi palestinesi, evidenziando come la presenza di missili sul suolo italiano non fosse indirizzato a colpire la nazione, bensì fossero solo di passaggio. Questa lettera fu il primo caso nel quale una minaccia internazionale entrava formalmente in un’ aula di tribunale. Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, l'Abruzzo è stato impiegato come retrovia logistica, snodo di latitanza e sede di importanti procedimenti giudiziari legati all'eversione di estrema destra e di estrema sinistra. Nell'ambito delle indagini sul terrorismo di estrema destra condotte sui Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR) e sulla latitanza di Francesca Mambro e Giorgio Vale, le forze dell'ordine individuarono e perquisirono l'11 marzo 1982 un covo-rifugio ad Ovindoli (AQ). La posizione isolata della località montana offriva ai vertici dell'organizzazione eversiva un sicuro riparo logistico per la pianificazione delle attività clandestine lontano dai grandi centri urbani. Il covo aquilano non era solo un luogo strategico ma un riparo d’élite, data la presenza, oltre che della già citata Francesca Mambro, dell’altro membro della coppia d’oro del terrorismo nero ovvero, Valerio Fioravanti. Risulta essere determinante l’ organizzazione delle operazioni terroristiche sul territorio abruzzese ai fini della Strage di Bologna, frutto di un incessante scambio di informazioni e mezzi con l’altro celebre covo situato in Via Gradoli 96 a Roma. Passando alle indagini sul terrorismo di estrema sinistra, importanti sono le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonio Savasta, che hanno confermato come la riorganizzazione delle colonne territoriali delle Brigate Rosse facesse perno sull'area appenninica centro-italiana e sulla regione abruzzese. Le reti d'appoggio dislocate sul territorio servivano a garantire la copertura per le operazioni logistiche dell'organizzazione su scala nazionale. La penetrazione delle Brigate Rosse in territorio abruzzese fu capillare e strutturata, legata alla nascita della Colonna MarchigianoAbruzzese a cavallo tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80. La regione, con i suoi nuovi nuclei industriali e la Val di Sangro, offriva il terreno ideale sia per il proselitismo sia per creare una retrovia sicura. Pescara fu il vero quartier generale della colonna brigatista locale. Nelle palazzine della città vennero scoperti appartamenti anonimi che fungevano da stamperie clandestine per i volantini di rivendicazione e da centri di coordinamento per le riunioni logistiche. Nel territorio di Teramo e nei comuni costieri le BR stabilirono diversi punti d'appoggio. Questi covi venivano utilizzati sia per ospitare i militanti in fuga dalle colonne del Nord Italia e di Roma, sia per pianificare le numerose rapine di autofinanziamento messe a segno contro uffici postali e furgoni portavalori lungo la costa. Centrale fu anche Avezzano, luogo che garantiva rapidità di collegamento tramite l'autostrada A24, ospitando basi "volanti". Si trattava di appartamenti affittati sotto falso nome per brevissimi periodi, usati dai brigatisti romani per nascondersi e far perdere le proprie tracce durante le grandi ondate di perquisizioni nella Capitale.


Concusioni

L’analisi delle fonti archivistiche, parlamentari e giudiziarie restituiscono un quadro storiografico chiaro: La duplice natura della regione, caratterizzata da un’impervia dorsale montuosa da un lato e da un’estesa fascia costiera adriatica dall’altro, ne ha fatto l’ambiente ideale sia per le infrastrutture logistiche dell’intelligence straniera, sia per la presenza clandestina di organizzazioni eversive interne. Dalle reti coperte del blocco sovietico fino alle complesse vicende del traffico d’armi mediorientale e alla conseguente incrinatura dei patti riservati, il territorio si è trovato al centro di snodi geopolitici di assoluta rilevanza. Parallelamente, l’impiego dell’area appenninica e dei suoi snodi viari come retrovia sicura e punto d’appoggio per gruppi armati di varia matrice conferma la centralità strategica della regione durante gli Anni di Piombo. Rileggere questa stagione attraverso la dimensione abruzzese permette di superare una prospettiva puramente periferica, restituendo al territorio il suo effettivo peso di cerniera riservata nella storia dell’eversione e dello spionaggio internazionale, in particolare di come un territorio insospettabile, possa aver influenzato le sorti di un accordo di primaria importanza per la sicurezza nazionale, come il “Lodo Moro” o possa aver svolto un ruolo logistico determinante per uno dei capitoli più drammatici e oscuri della storia repubblicana, quale la strage di Bologna.


Bibliografia

Atti Parlamentari e Documentazione d'Inchiesta

  • Commissione Parlamentare d'Inchiesta sul Dossier Mitrokhin e sull'Attività d'Intelligence Sovietica in Italia (XIV Legislatura), Relazione Conclusiva e Doc. 344 (Camera dei Deputati – Senato della Repubblica).

  • Pratica Impedian / Dossier Mitrokhin: Documentazione e reportistica informativa sui depositi clandestini del KGB, apparati radio-ricetrasmittenti, dispositivi Molnya e reti d'infiltrazione nell'area Sabina-Abruzzese e adriatica.

Fonti Storico-Cronologiche e Fondi di Ricerca:

  • SODARCO (International School on Disarmament and Research on Conflicts), Cronologia della violenza politica e del terrorismo in Italia (1969-1988): Documentazione d'archivio su covi eversivi (NAR ad Ovindoli, colonna BR nell'Appennino) e procedimenti giudiziari degli Anni di Piombo.

  • C. Schaerf, G. De Lutiis A. Silj ,F. Carlucci, F. Bellucci, S. Argentini, Vent’ anni di violenza politica in Italia; Vol.II, Ricerca Isodarco.

Atti Giudiziari e Processuali:

  • Tribunale Penale di Chieti, Sentenza di primo grado del 25 gennaio 1980 nel procedimento relativo al sequestro dei lanciamissili Strela-2 (SA-7 Grail) a Ortona.

  • Corte d'Appello dell'Aquila, Sentenza di secondo grado (1980) nel procedimento sui missili di Ortona. Tribunale dell'Aquila, Ufficio del Giudice Istruttore (Ettore Bucciante), Atti d'istruttoria e incriminazioni del 19 gennaio 1982 relativi all'inchiesta sul crack Caltagirone.

  • Verbali di deposizione del collaboratore di giustizia Antonio Savasta (1982-1983) sulla riorganizzazione delle colonne territoriali delle Brigate Rosse e sul covo/arsenale di Lula.

Sitografia E Risorse Digitali

  • Archivio Storico della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica (storia.camera.it / senato.it): Atti, resoconti e allegati documentali della Commissione d'Inchiesta sul Dossier Mitrokhin (Doc. XXIII, n. 4 e Doc. 344).


    Archivio ISODARCO (isodarco.it): Banca dati e cronologia generale della violenza politica, del terrorismo e dei processi in Italia (1969-1988). Archivio delle Stragi e della Guerra Fredda: Documentazione storica d'archivio sul Lodo Moro, sul sequestro della motonave Sidon a Ortona, sulla scomparsa dei giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni e sulle connessioni d'inchiesta relative alle stragi di Piazza della Loggia e della Stazione di Bologna

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