top of page

Beni Culturali Ed Operazioni Militari. Oltre Il Limite Giuridico

  • Immagine del redattore: Edita | SynaxisValencia
    Edita | SynaxisValencia
  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 25 min

Francesco Marciano -  0009-0005-9136-3206

Abstract

La nozione di patrimonio culturale è ampia e, per sua natura, non può essere racchiusa in una sola definizione esaustiva. Sicuramente comprende le espressioni attraverso le quali popoli e comunità riconoscono la propria identità, ne custodiscono la memoria storica e trasmettono valori alle generazioni successive. Il bene culturale, quale manifestazione tangibile di questa eredità, diviene così uno strumento di conoscenza, comprensione e dialogo, oltre che una risorsa per lo sviluppo sociale ed economico. Proprio per tale ragione, la sua distruzione deliberata non rappresenta soltanto la perdita di un oggetto o di una struttura. Gli attacchi contro siti archeologici, musei, monumenti, luoghi di culto, archivi e istituzioni culturali possono mirare a recidere i legami storici di una popolazione, indebolirne la coesione e condizionarne la capacità di riconoscersi come comunità. La protezione del patrimonio culturale non può quindi essere letta soltanto attraverso la lente del diritto. Essa riguarda anche la sicurezza delle persone e delle comunità, nonché la comprensione dell’ambiente nel quale le forze militari sono chiamate a operare. Integrare la Cultural Property Protection nella pianificazione delle operazioni militari significa adempiere in primis agli obblighi giuridici e, nello stesso tempo, ridurre effetti indesiderati, preservare la legittimità dell’azione militare e contribuire al conseguimento degli obiettivi della missione.

Il patrimonio culturale come elemento costitutivo dell’identità dei popoli nei conflitti contemporanei

Quando, nel corso di un’operazione militare, viene distrutto un ponte, dal punto di vista tattico il risultato è l’interruzione di una linea di comunicazione. Quando viene distrutta una cattedrale, una biblioteca o un sito archeologico, l’effetto può spingersi più in profondità (al di là della eliminazione del bene in sé) e colpire la memoria collettiva e l’identità di una comunità. È anche da questa differenza che si comprende la progressiva affermazione di una disciplina internazionale specificamente dedicata alla tutela del patrimonio culturale. Per secoli la perdita di monumenti, opere d’arte e luoghi di culto è stata considerata una conseguenza quasi inevitabile della guerra. Con il tempo, il diritto, la storiografia, le scienze sociali e la stessa prassi militare hanno maturato una diversa consapevolezza. Taluni beni, pur appartenendo a uno Stato o a una comunità, esprimono un valore che supera i confini nazionali e interessa l’umanità nel suo complesso.

La protezione del patrimonio culturale non nasce con la Convenzione dell’Aja del 1954. Alla fine del XIX secolo già i Regolamenti allegati alle Convenzioni dell’Aja del 1899 e del 1907 imponevano  ai belligeranti di risparmiare, per quanto possibile, gli edifici dedicati al culto, alle arti, alle scienze e alla beneficenza, così come i monumenti storici, purché non fossero impiegati per scopi militari. Si trattava di prescrizioni ancora strettamente legate alla condotta delle ostilità, ma enucleavano un principio destinato a consolidarsi. La guerra non autorizza la distruzione indiscriminata delle testimonianze della civiltà.  Il Patto Roerich del 1935 segnò un ulteriore avanzamento. Fu il primo trattato internazionale interamente dedicato alla protezione dei monumenti storici e delle istituzioni artistiche e scientifiche, in tempo di guerra e di pace. Pur avendo un’applicazione geografica limitata al continente americano, il Patto affermò l’autonomia della tutela culturale rispetto alla nazionalità o all’appartenenza politica dei beni protetti.

Le devastazioni della Seconda guerra mondiale dimostrarono l’inadeguatezza degli strumenti allora disponibili. I bombardamenti dei centri storici, la spoliazione sistematica di opere d’arte e la distruzione di biblioteche, archivi, musei e luoghi di culto resero evidente che il patrimonio non era soltanto una vittima collaterale delle operazioni. Poteva essere colpito deliberatamente quale simbolo dell’identità del nemico. Da questa esperienza nacque la Convenzione dell’Aja del 1954 per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, primo strumento universale specificamente rivolto alla loro tutela durante le ostilità e l’occupazione.

La Convenzione segnò una svolta normativa e concettuale. L’articolo 1 qualifica come beni culturali, indipendentemente dall’origine o dal proprietario, i beni mobili o immobili di grande importanza per il patrimonio culturale dei popoli. La disposizione include, fra l’altro, monumenti architettonici, artistici o storici, siti archeologici, opere d’arte, manoscritti, libri, collezioni scientifiche, edifici destinati alla conservazione o all’esposizione e centri monumentali. La tutela non dipende soltanto dal pregio artistico, storico o economico. Rileva il significato che il bene assume per la collettività di riferimento e, in determinati casi, per l’umanità intera. Nei decenni successivi la nozione di patrimonio culturale ha continuato ad ampliarsi. La Convenzione UNESCO del 1972 ha riconosciuto il valore universale eccezionale del patrimonio culturale  naturale, la cui conservazione costituisce un interesse della comunità internazionale. La Convenzione UNESCO del 2003 ha poi esteso la prospettiva alle pratiche, alle rappresentazioni, alle conoscenze e alle competenze che compongono il patrimonio culturale immateriale. Oggi l’espressione patrimonio culturale abbraccia dunque beni materiali e manifestazioni immateriali che concorrono a definire l’identità di una comunità. Ai fini di questo contributo, tuttavia, l’attenzione resta concentrata sulla componente materiale, direttamente esposta agli effetti delle operazioni e oggetto del sistema di protezione del diritto internazionale umanitario. La distinzione è metodologica e non implica una svalutazione della cultura immateriale. Al contrario, edifici, monumenti, siti archeologici, musei e archivi sono spesso la manifestazione visibile di tradizioni, memorie e appartenenze che non hanno consistenza fisica. La finalità della tutela non si esaurisce quindi nella conservazione di manufatti od opere d’arte. Il diritto protegge l’integrità del bene e, attraverso di essa, il significato che quel bene esprime per le comunità che lo hanno creato, custodito e trasmesso. Il patrimonio materiale rende tangibili la memoria collettiva, la continuità storica e l’identità di un popolo. Proprio questo valore spiega perché possa assumere crescente rilevanza strategica e perché la sua protezione interessi la sicurezza delle comunità, oltre alla corretta condotta delle operazioni. Il rapporto fra dimensione materiale ed immateriale è particolarmente evidente nei luoghi destinati a una funzione collettiva. Una biblioteca non coincide con l’edificio che la ospita, ma con il patrimonio documentario, le pratiche di studio e la memoria che vi si sono sedimentate. Un luogo di culto riunisce architettura, riti, relazioni sociali e continuità religiosa. Un ponte storico può mantenere una funzione infrastrutturale e, nello stesso tempo, rappresentare l’incontro fra quartieri o comunità. La perdita fisica interrompe quindi una rete di significati e può incidere sul modo in cui la popolazione abita e interpreta il territorio.

La nozione giuridica di bene culturale nel diritto internazionale

L’evoluzione della nozione di patrimonio culturale si riflette nel diritto internazionale, che non offre una definizione unica e immutabile. I diversi strumenti convenzionali adottano nozioni funzionali agli obiettivi perseguiti. La Convenzione UNESCO del 1972 riguarda l’identificazione e la conservazione del patrimonio mondiale culturale e naturale, mentre quella del 2003 disciplina il patrimonio culturale immateriale. Nel diritto internazionale umanitario il riferimento centrale rimane invece l’articolo 1 della Convenzione dell’Aja del 1954.

La disposizione non si limita a una formula generale. Essa associa il criterio della "grande importanza per il patrimonio culturale dei popoli" a categorie esemplificative di beni, edifici e centri monumentali. Il valore economico, l’antichità o il pregio artistico possono concorrere alla valutazione, ma non la esauriscono. Ciò che giustifica la tutela speciale è il rapporto fra il bene e il patrimonio culturale di uno o più popoli. Questa impostazione sviluppa le prescrizioni contenute nei primi testi sulle leggi e gli usi della guerra. I Regolamenti dell’Aja e, prima ancora, il Lieber Code avevano imposto di risparmiare edifici e collezioni dedicati al culto, alle arti e alle scienze, salvo i casi consentiti dalla necessità militare. La Convenzione del 1954 compie un passo ulteriore, perché riconosce che quei beni non sono protetti soltanto in ragione della loro consistenza materiale, ma anche per la capacità di rappresentare la storia e la cultura dei popoli. Il Preambolo della Convenzione conferma questa lettura quando afferma che i danni arrecati ai beni culturali di qualsiasi popolo costituiscono un danno al patrimonio dell’umanità intera, poiché ogni popolo contribuisce alla cultura mondiale. Ne discende una duplice dimensione. Il bene è legato alla comunità che lo ha prodotto, custodito e tramandato, ma il suo valore può oltrepassare l’interesse del singolo Stato e assumere rilievo universale. Sotto il profilo giuridico, il bene culturale può dunque essere descritto come un bene materiale al quale l’ordinamento internazionale accorda un regime specifico di protezione in ragione della sua importanza culturale. Le categorie indicate dalla Convenzione orientano l’individuazione, mentre il criterio sostanziale chiarisce la ragione della protezione. Ne deriva che la perdita non può essere valutata soltanto come distruzione di un oggetto. Essa invero può incidere sui riferimenti attraverso i quali una comunità conserva la propria storia, la memoria e l’identità. Questa funzione distingue i beni culturali dagli altri beni civili e conduce a collocarne la tutela nella più ampia protezione dell’individuo e della comunità. La disciplina del 1954 articola la tutela in obblighi di salvaguardia e rispetto. I primi richiedono misure predisposte già in tempo di pace per ridurre gli effetti prevedibili di un conflitto, come inventari, piani d’emergenza, protezione contro incendi e crolli, preparazione dell’eventuale rimozione e messa in sicurezza dei beni mobili e individuazione delle autorità responsabili. Il rispetto opera durante il conflitto ed impone, fra l’altro, di non utilizzare i beni o le loro immediate vicinanze per scopi che possano esporli a distruzione o danneggiamento e di astenersi da atti di ostilità, salvo le deroghe tassativamente previste. La Convenzione affianca alla protezione generale un sistema di protezione speciale. Il Secondo Protocollo del 1999 ha poi introdotto la protezione rafforzata per beni di massima importanza per l’umanità, adeguatamente protetti sul piano nazionale e non utilizzati per scopi militari o per proteggere siti militari. Questi livelli non trasformano i beni non iscritti in oggetti privi di tutela. La protezione generale discende dalla natura del bene e non dall’apposizione del contrassegno dello Scudo Blu o dall’inclusione in una lista. Per il pianificatore militare ciò significa che registri, simboli e banche dati sono strumenti essenziali di identificazione, ma non sostituiscono la verifica richiesta dalle circostanze.

La tutela del patrimonio culturale nella prospettiva della human security

Per gran parte del XX secolo la sicurezza è stata prevalentemente interpretata in un’ottica statocentrica. Essa coincideva con la capacità dello Stato di difendere la sovranità, l’integrità territoriale e l’indipendenza politica rispetto alle minacce esterne e interne. In questa impostazione, spesso definita state security, lo Stato costituiva il principale soggetto da proteggere e la dimensione militare il mezzo privilegiato per garantirne la sicurezza. La tutela degli individui era considerata, almeno indirettamente, una conseguenza della sicurezza statale. La fine della Guerra fredda mise però progressivamente in discussione questa visione. Il venir meno del confronto bipolare non ridusse le minacce alla sicurezza internazionale. Gli anni Novanta ne furono la prova: segnati dalla proliferazione di conflitti non internazionali, guerre civili e violenze con una marcata componente etnica, religiosa o identitaria. Le esperienze del Ruanda, dei Balcani e di altre aree di crisi mostrarono che uno Stato poteva conservare formalmente la propria struttura istituzionale mentre le comunità presenti sul territorio subivano persecuzioni, gravi violazioni dei diritti fondamentali e distruzione del patrimonio sociale e culturale.

In questo contesto il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, nel Rapporto sullo sviluppo umano del 1994, contribuì a ridefinire il concetto di human security. La sicurezza non doveva essere valutata soltanto in relazione alla difesa dei confini e delle istituzioni, ma anche rispetto alla possibilità per le persone di vivere libere dalla paura e dal bisogno, conservando dignità e capacità di partecipare alla società. La prospettiva ampliò il concetto di minaccia e mise in relazione le dimensioni economica, alimentare, sanitaria, ambientale, personale, politica e comunitaria della sicurezza. Per il tema qui esaminato assume particolare rilievo la sicurezza della comunità. L’individuo non è un soggetto isolato, ma costruisce la propria identità attraverso relazioni sociali, valori condivisi, tradizioni e riferimenti simbolici. La sicurezza di una popolazione non dipende quindi soltanto dall’integrità fisica dei suoi membri. Dipende anche dalla possibilità di conservare gli elementi che permettono alla comunità di mantenere continuità storica e culturale. In questa prospettiva si stabilisce il legame fra sicurezza umana e patrimonio culturale. Un monumento, un luogo di culto, un sito archeologico, un museo o un archivio non sono soltanto una testimonianza del passato. Sono uno spazio nel quale la popolazione riconosce la propria storia e attribuisce significato alla propria presenza sul territorio. La loro tutela preserva anche i simboli attraverso i quali una comunità mantiene il senso di appartenenza. La distruzione deliberata, al contrario, può incidere sulla memoria collettiva e sulla capacità della popolazione di riconoscersi in una storia condivisa. Questa lettura richiede tuttavia cautela. La cultura non deve essere trasformata in una spiegazione automatica del conflitto, né le differenze culturali possono essere assunte come radice naturale dell’ostilità. Valori, memorie e simboli acquistano significato all’interno di dinamiche politiche e sociali e possono essere selezionati, reinterpretati o manipolati dagli attori del conflitto. La cultura è dunque una lente indispensabile per comprendere le motivazioni attribuite alle condotte, le narrazioni mobilitate e il valore assegnato a determinati luoghi o fatti. Non è, di per sé, una causa inevitabile di distanza o di odio. Questa distinzione consente di evitare letture deterministiche e di riconoscere l’uso strumentale del patrimonio nella costruzione del nemico, nella propaganda e nella competizione per la legittimità. Le distruzioni dei Buddha di Bamiyan, dei mausolei di Timbuctu e dei monumenti di Palmira mostrano come i beni culturali possano essere trasformati da vittime delle ostilità in strumenti di comunicazione e coercizione simbolica.

Le immagini della distruzione possono essere progettate per demoralizzare una comunità, negarne il passato o amplificare il messaggio politico dell’autore. La tutela del patrimonio assume allora una duplice valenza. Limita un danno vietato dal diritto e contribuisce a preservare la sicurezza, la coesione e la resilienza delle popolazioni. La protezione può anche incidere sulla relazione fra popolazione e forze presenti sul terreno. Una comunità che vede rispettati i propri luoghi simbolici dispone di un elemento concreto per valutare la condotta della missione. Al contrario, indifferenza, uso improprio o danni evitabili possono alimentare sfiducia e offrire materiale alla propaganda avversaria. Il rapporto non è meccanico. La tutela di un monumento non compensa altre condotte dannose, ma concorre a formare la percezione complessiva della legittimità e della credibilità della forza. Anche la NATO ha collocato la protezione dei beni culturali nella propria agenda di Human Security. Il Human Security Approach and Guiding Principles, approvato nel 2022, individua cinque aree di lavoro, fra le quali la Cultural Property Protection, e richiede che la sicurezza delle popolazioni sia integrata nelle operazioni, missioni e attività dell’Alleanza.  L’approccio è centrato sulle persone, orientato alla prevenzione e alla protezione, attento agli effetti differenziati del conflitto e coerente con il diritto internazionale. La protezione dei beni culturali è inoltre trattata dalla dottrina alleata come un cross-cutting topic, vale a dire un tema che deve attraversare livelli e funzioni della pianificazione, non essere confinato in una singola branca dello staff. L’approccio centrato sulle persone e il comprehensive approach svolgono funzioni diverse ma complementari. Il primo orienta l’analisi verso gli effetti delle decisioni sulle persone e sulle comunità. Il secondo promuove coerenza e cooperazione fra strumenti militari e non militari, autorità nazionali, organizzazioni internazionali, attori umanitari e società civile, nel rispetto dei rispettivi mandati. La protezione del patrimonio richiede entrambi. Occorre comprendere che cosa un bene significhi per la popolazione e, nello stesso tempo, mettere in relazione competenze giuridiche, operative, culturali, tecniche e civili. La forza militare non può sostituire gli attori responsabili della conservazione, ma deve integrare le loro conoscenze nella pianificazione e creare, quando il mandato lo consente, condizioni favorevoli alla loro azione.

La Cultural Property Protection quale capacità operativa al servizio della missione

         Dall’obbligo giuridico alla funzione operativa

La protezione dei beni culturali nasce, nel diritto dei conflitti armati, dall’esigenza di limitare gli effetti delle ostilità e preservare le testimonianze della storia e della cultura dei popoli. La Convenzione dell’Aja del 1954 e i suoi Protocolli del 1954 e del 1999 hanno consolidato obblighi di salvaguardia, rispetto, prevenzione e repressione. Questa dimensione giuridica rimane il fondamento della Cultural Property Protection e non può essere sostituita da valutazioni di opportunità operativa. Gli obblighi interessano l’intero ciclo della missione. Prima del dispiegamento richiedono formazione, disponibilità di competenze e acquisizione dei dati sui beni presenti nell’area. Durante la pianificazione devono tradursi in misure verificabili, fra le quali l’inserimento delle coordinate nei sistemi di comando e controllo, la valutazione delle immediate vicinanze, l’individuazione di eventuali usi militari e la scelta di mezzi e metodi idonei ad evitare o ridurre il danno. Nella condotta occorrono procedure di aggiornamento, segnalazione e sospensione quando emergano informazioni nuove. Dopo l’azione, la valutazione degli effetti deve includere i danni al patrimonio e le conseguenze sulla popolazione. L’esperienza dei conflitti contemporanei ha tuttavia mostrato che l’osservanza del diritto può produrre anche effetti favorevoli alla missione. Negli ambienti operativi segnati dal coinvolgimento della popolazione civile, dalla presenza di attori statali e non statali e dalla rilevanza della dimensione informativa, il patrimonio culturale incide sulla percezione della forza, sulla coesione della comunità e sulla legittimità dell’azione militare. La protezione non è perciò soltanto un vincolo. È una capacità che, se correttamente integrata, contribuisce a comprendere l’ambiente, prevenire errori, contenere il danno civile e sostenere gli obiettivi assegnati. Questa considerazione vale tanto nelle operazioni di gestione delle crisi e stabilizzazione quanto nei conflitti ad alta intensità. Anche quando la priorità è prevalere sull’avversario, il comandante deve distinguere gli obiettivi militari dai beni protetti, adottare le precauzioni praticabili, valutare gli effetti delle azioni e preservare le condizioni necessarie alla successiva transizione. Il successo tattico che provochi danni culturalmente e politicamente sproporzionati può generare conseguenze operative e strategiche durature. La dimensione operativa non si limita agli attacchi. Il saccheggio, il traffico illecito, gli scavi clandestini e la dispersione delle collezioni possono intensificarsi quando l’autorità statale perde il controllo del territorio. Durante una occupazione, inoltre, la forza deve confrontarsi con obblighi specifici di sostegno alle autorità nazionali competenti e di prevenzione dell’esportazione, rimozione o trasferimento illecito. La protezione riguarda dunque il ciclo del targeting, ma anche la sicurezza dei siti, il controllo degli accessi, la polizia, la gestione delle frontiere e il coordinamento con le autorità civili.

La Cultural Property Protection nella pianificazione operativa

La pianificazione militare contemporanea riconosce che la dimensione culturale concorre alla comprensione dell’ambiente operativo. La protezione dei beni culturali deve pertanto essere considerata lungo tutto il processo, dalla preparazione dell’area di operazioni alla definizione delle linee d’azione, dal targeting alla condotta, fino alla valutazione degli effetti. Sul piano pratico ciò comporta ad esempio l’identificazione e la geo localizzazione dei beni, la verifica delle fonti, l’inserimento dei siti rilevanti nei prodotti informativi e nelle liste di non ingaggio, l’adozione di misure precauzionali specifiche e la predisposizione di procedure per segnalare danni, saccheggi o usi militari. Richiede inoltre il coinvolgimento del consigliere giuridico, delle funzioni operative e informative, della CIMIC, del genio, della polizia militare o stability policing, della logistica e della comunicazione strategica. Nessuna di queste componenti possiede da sola la capacità di arginare il possibile danno. La natura trasversale della Cultural Property Protection impone responsabilità distribuite e una chiara direzione del comandante. La qualità del dato è decisiva. Un elenco non aggiornato può omettere beni importanti, contenere coordinate imprecise o non registrare lo spostamento di collezioni mobili. Anche l’indicazione di un uso militare richiede cautela, perché la trasformazione di un bene culturale in obiettivo militare dipende dalle circostanze concrete e non cancella gli ulteriori obblighi di precauzione. Per questo gli elenchi devono essere accompagnati da informazioni sulla tipologia del bene, sul valore, sulla funzione, sulle dimensioni, sullo stato di conservazione, sui rischi e sulle autorità responsabili.  La preparazione in tempo di pace riduce il carico decisionale durante l’operazione. Addestramento, esercitazioni, accordi di condivisione, reachback con esperti e procedure comuni consentono di riconoscere più rapidamente il patrimonio e di integrare i dati nei sistemi militari. Il contrassegno dello Scudo Blu può facilitare l’identificazione sul terreno, ma la sua assenza non autorizza a ignorare un bene altrimenti riconoscibile. Il comprehensive approach amplia questo quadro oltre lo staff militare. Gli inventari e le coordinate possono provenire dalle autorità nazionali, dall’UNESCO, dal Blue Shield, da istituzioni accademiche o da organizzazioni professionali. I dati devono essere verificati, aggiornati e tradotti in prodotti utilizzabili. L’esperienza dell’operazione Unified Protector in Libia mostra il valore di questa cooperazione. Le informazioni fornite da fonti civili furono integrate nella pianificazione degli attacchi e nelle no-strike lists, contribuendo a evitare danni rilevanti ai principali siti culturali.

La protezione del patrimonio culturale come strumento di legittimità operativa

Nei conflitti contemporanei la popolazione non è un elemento esterno all’azione militare. Ne subisce gli effetti, interpreta le condotte degli attori e contribuisce a determinare la sostenibilità politica e sociale dei risultati. La superiorità tattica rimane essenziale, ma non basta a garantire il raggiungimento dello stato finale desiderato.

La popolazione valuta la forza anche attraverso il modo in cui essa interagisce con il territorio, le istituzioni e i simboli collettivi. Danneggiare per negligenza un luogo di particolare significato può compromettere fiducia e credibilità. Proteggerlo, quando ciò sia giuridicamente e operativamente possibile, comunica invece rispetto per la comunità e riduce lo spazio per narrazioni avversarie. Non si tratta di ricercare un consenso indiscriminato, né di attribuire al patrimonio un’efficacia automatica. Si tratta di comprendere che le conseguenze informative, cognitive e sociali di una condotta possono incidere sulla libertà d’azione e sulla legittimità della missione. La legittimità operativa dipende dalla coerenza fra fini dichiarati e comportamenti osservabili. Una forza che affermi di proteggere la popolazione ma utilizzi senza necessità i suoi luoghi simbolici, tolleri saccheggi o non prevenga danni evitabili produce una contraddizione facilmente sfruttabile. Viceversa, procedure trasparenti, dialogo con le autorità competenti e documentazione degli incidenti rafforzano la possibilità di spiegare le decisioni, apprendere dagli errori e adottare misure correttive.

I Balcani, il patrimonio culturale nei conflitti identitari e nelle operazioni di stabilizzazione

Le guerre nell’ex Jugoslavia rappresentano uno dei casi più evidenti in cui la comunità internazionale ha dovuto confrontarsi con la distruzione del patrimonio culturale nel contesto di conflitti segnati da rivendicazioni identitarie e territoriali. Monumenti, luoghi di culto, biblioteche e siti storici appartenenti alle diverse comunità furono percepiti come prove della presenza di un gruppo e, proprio per questo, divennero bersagli. La distruzione della Biblioteca nazionale di Sarajevo nel 1992 e quella del Ponte Vecchio di Mostar nel 1993 mostrarono come l’offesa al patrimonio culturale potesse inserirsi in una più ampia strategia di cancellazione della memoria. Allo stesso tempo, le successive operazioni internazionali dimostrarono il valore operativo della protezione. La presenza della Kosovo Force presso monasteri e siti religiosi sensibili ha contribuito a prevenire nuove violenze e ha favorito il graduale trasferimento delle responsabilità alle autorità locali. In tale contesto proteggere un luogo significativo non equivale a privilegiare la narrazione di una parte, ma a creare condizioni nelle quali comunità diverse possano continuare a vivere in sicurezza.

La vicenda del Ponte Vecchio è emblematica anche per un’altra ragione. L’infrastruttura aveva una funzione materiale, ma il suo valore superava il collegamento fra le due sponde della Neretva. La distruzione fu percepita come rottura di una convivenza storica; la ricostruzione divenne, a sua volta, un segno della possibilità di ristabilire relazioni. Il caso mostra come lo stesso bene possa assumere, in fasi diverse, significati tattici, politici e sociali.

Palmira, il patrimonio culturale come strumento di guerra cognitiva

Se i Balcani mostrano il rapporto fra patrimonio, identità e controllo del territorio, Palmira evidenzia la trasformazione della distruzione culturale in comunicazione strategica. Il sito archeologico esprimeva la stratificazione storica dell’area mediterranea e l’incontro fra differenti tradizioni. Proprio questo valore simbolico lo rese utile alla propaganda del sedicente Stato Islamico. La distruzione del Tempio di Bel, del Tempio di Baalshamin, dell’Arco monumentale e di altri elementi del sito non fu soltanto devastazione materiale. Le immagini furono diffuse per produrre un effetto psicologico su più destinatari, dalla popolazione sottoposta al controllo dell’organizzazione agli avversari e all’opinione pubblica globale. Anche l’impiego del teatro romano come scenario di esecuzioni pubbliche rovesciò deliberatamente il significato del luogo, trasformando uno spazio della cultura e della socialità in una rappresentazione della violenza. Il caso dimostra perché la cultura debba essere utilizzata come lente analitica senza cadere nel determinismo. La distruzione non scaturì inevitabilmente da una differenza culturale. Fu una scelta politica e comunicativa che selezionò, manipolò e mise in scena simboli culturali per consolidare potere, produrre paura e contestare l’ordine rappresentato dal sito.

Ucraina, la distruzione del patrimonio come attacco alla memoria collettiva

La guerra in Ucraina mostra con particolare evidenza come il patrimonio possa diventare uno degli spazi della competizione identitaria contemporanea. Musei, archivi, monumenti, edifici storici e luoghi di culto collegano le comunità al territorio e rendono visibile la continuità della loro storia. Il danneggiamento produce quindi effetti materiali e, insieme, conseguenze sulla memoria e sulla resilienza sociale. Dal febbraio 2022 l’UNESCO ha verificato danni a centinaia di siti culturali, fra edifici religiosi, musei, monumenti, biblioteche, archivi e siti archeologici. Il monitoraggio, basato sul riscontro di più fonti e anche sull’analisi satellitare, documenta l’ampiezza del fenomeno senza sostituirsi all’accertamento giuridico delle singole responsabilità. Il Museo nazionale letterario e memoriale dedicato a Hryhorii Skovoroda, nella regione di Kharkiv, costituisce un esempio significativo. L’edificio era dedicato a una figura centrale della tradizione filosofica ucraina e svolgeva una funzione di conservazione e trasmissione della memoria. Il suo danneggiamento ha quindi assunto un significato che supera la perdita della struttura. Considerazioni analoghe valgono per chiese e monasteri. Nel contesto ucraino tali luoghi intrecciano fede, storia locale, appartenenza e relazioni comunitarie. Il danno può privare la popolazione di uno spazio di culto e assistenza, ma anche alterare la relazione simbolica con il territorio. Proprio questa pluralità di funzioni impone di evitare classificazioni superficiali e di valutare gli effetti sulla vita civile oltre alla consistenza architettonica. La comunità internazionale ha reagito mediante programmi di monitoraggio, assistenza d’emergenza e misure di protezione previste dal Secondo Protocollo del 1999. L’iscrizione provvisoria di beni ucraini nella Lista internazionale dei beni culturali sotto protezione rafforzata segnala il riconoscimento della loro eccezionale importanza e rafforza gli obblighi connessi alla tutela.  Il caso ucraino conferma che il patrimonio non è marginale rispetto alla dimensione militare. Può essere parte dell’ambiente umano, informativo e cognitivo del conflitto. La sua protezione non sostituisce la difesa della popolazione, ma contribuisce a preservare luoghi e istituzioni necessari alla coesione, al recupero e alla ricostruzione successiva.

La Cultural Property Protection come fattore di efficacia della pianificazione operativa

Il successo di un’operazione non dipende esclusivamente dalla superiorità tattica o tecnologica. Dipende anche dalla capacità di comprendere il sistema umano nel quale la forza agisce. Il pianificatore deve analizzare il terreno, le capacità dell’avversario e le infrastrutture, ma anche le autorità, le relazioni sociali, i valori e le percezioni che influenzano il comportamento degli attori. La pianificazione conduce dalla situazione iniziale allo stato finale desiderato attraverso obiettivi, effetti e azioni fra loro coerenti. Se la descrizione della situazione iniziale trascura il patrimonio e i significati attribuiti ai luoghi, anche la valutazione dei rischi e delle opportunità sarà incompleta. Un sito può trovarsi vicino a una possibile linea di operazione, essere utilizzato come rifugio dalla popolazione, costituire un punto di riferimento per l’orientamento o diventare oggetto di disinformazione. La sua presenza deve quindi essere compresa prima che produca una sorpresa tattica o una conseguenza strategica. Strumenti come PMESII (Political Military Economic Social Infrastructure Information) e ASCOPE (Areas Structures Capabilities Organization Peolple Events)[1] aiutano a organizzare questa conoscenza, purché non siano trattati come elenchi rigidi. Le dimensioni politica, militare, economica, sociale, informativa e infrastrutturale sono interconnesse e risentono del contesto culturale. Le forme di autorità, il ruolo delle istituzioni religiose, le pratiche comunitarie e la percezione della presenza militare non possono essere comprese soltanto mediante dati quantitativi. La cultural matrix e altri strumenti di analisi possono integrare questi modelli, individuando gruppi, interessi, codici culturali, tradizioni, autorità e meccanismi di risoluzione delle controversie. Il loro impiego è utile se rimane dinamico e verificabile. Le comunità non sono blocchi omogenei, le autorità tradizionali non esercitano la stessa influenza in ogni luogo e le pratiche possono mutare durante il conflitto. Ogni rappresentazione deve quindi indicare fonti, limiti e grado di affidabilità.

Le operazioni in Afghanistan hanno mostrato, ad esempio, quanto la libertà di movimento e la sostenibilità dei progetti potessero dipendere dal dialogo con anziani, shura e autorità locali. Un intervento correttamente pianificato e tecnicamente corretto poteva rimanere inutilizzato se progettato senza considerare le pratiche sociali o le reali modalità di accesso della popolazione. L’insegnamento non è che la tradizione debba prevalere sugli obiettivi e sui valori della missione. Piuttosto è che gli effetti devono essere valutati sulla base dell’ambiente effettivo e non di un modello astratto. In questo quadro la protezione dei beni culturali va oltre la tutela materiale senza perdere il proprio oggetto. Una chiesa, una moschea, una sinagoga, un museo o un sito archeologico è un bene da salvaguardare secondo il diritto, ma può anche rivelare relazioni sociali, memorie condivise e linee di frattura. La conoscenza non autorizza però a ridurre la comunità a categorie culturali fisse. Serve a formulare ipotesi da verificare, evitare generalizzazioni e valutare gli effetti probabili delle decisioni. La dottrina e la prassi NATO riconoscono questa rilevanza. La protezione dei beni culturali è considerata una componente dell’approccio di Human Security e un elemento utile a pace, sicurezza e comprensione dell’ambiente operativo. Il suo valore deve essere valutato a livello tattico, operativo e strategico, mantenendo fermo che l’efficacia non sostituisce l’obbligo giuridico. La convergenza fra legalità ed efficacia rafforza, piuttosto, la qualità della pianificazione.

La Cultural Property Protection e la funzione Civil-Military Cooperation

 La natura trasversale della Cultural Property Protection emerge con particolare evidenza nella funzione Civil-Military Cooperation. La CIMIC sostiene il comandante integrando i fattori civili nella pianificazione e nella condotta e facilitando l’interazione fra la forza, le autorità e gli attori civili. La dottrina alleata più recente la considera una joint function applicabile lungo l’intero continuum della competizione e in tutti i compiti fondamentali della NATO, non soltanto nelle attività di stabilizzazione post-conflitto. Questa precisazione è essenziale. Le attività CIMIC non coincidono con l’assistenza umanitaria e non sono una forma di beneficenza militare. Esse concorrono agli obiettivi della missione attraverso la comprensione dell’ambiente civile, il collegamento e l’integrazione degli effetti militari e civili. Un progetto infrastrutturale o culturale è giustificato quando risponde al mandato, produce un effetto utile e non sostituisce senza necessità le autorità o le organizzazioni competenti. Nel campo della Cultural Property Protection la funzione CIMIC può facilitare il contatto con ministeri, soprintendenze, autorità locali, responsabili religiosi, musei, università, UNESCO, Blue Shield e altre organizzazioni professionali. Può contribuire alla verifica degli inventari, alla raccolta di informazioni condivisibili, all’individuazione di esperti, alla valutazione dei bisogni civili, alla prevenzione del saccheggio e alla predisposizione di procedure per la gestione dei danni. Può inoltre sostenere il passaggio di responsabilità e la continuità delle attività di tutela quando le condizioni di sicurezza lo consentono. Inoltre, la CIMIC integra i fattori civili nelle decisioni del comandante, segnalando dipendenze, rischi e opportunità, mentre, in favore dell’ambiente civile e nei limiti del mandato e delle capacità disponibili, il sostegno militare può essere necessario per colmare temporaneamente una carenza civile. Nella protezione dei beni culturali tutto ciò può tradursi, ad esempio, nella predisposizione delle misure di sicurezza per un sopralluogo, nell’organizzazione di un trasporto d’emergenza, nel supporto del genio, o accesso a immagini e cartografia. La priorità resta creare le condizioni affinché gli attori civili competenti possano assumere o riprendere le proprie responsabilità.

Tali compiti sono rilevanti anche nella guerra convenzionale. In un contesto ad alta intensità la CIMIC può mantenere i collegamenti con le autorità civili, segnalare gli effetti delle operazioni sul patrimonio, sostenere l’accesso degli esperti, favorire il deconfliction e contribuire alla pianificazione della transizione. Non assume la responsabilità del targeting, della consulenza giuridica o della raccolta informativa d’intelligence, ma fornisce la propria specifica competenza sull’ambiente civile affinché quelle funzioni possano operare su un quadro più completo e verificato.

La pressione del combattimento rende ancora più importante questa delimitazione. I contatti civili non devono essere compromessi da richieste improprie, né la CIMIC può promettere protezione o interventi che la forza non sia in grado di garantire. L’affidabilità delle relazioni dipende dalla chiarezza del ruolo, dalla protezione delle informazioni sensibili e dalla coerenza fra quanto comunicato e quanto effettivamente realizzato. La tutela di un luogo di culto, la messa in sicurezza di un museo o la protezione di un sito archeologico non produce automaticamente fiducia. Può tuttavia dimostrare rispetto per la popolazione, ridurre tensioni e preservare interlocutori e istituzioni utili alla continuità della vita civile. La funzione CIMIC rende praticabile il comprehensive approach, ma non esaurisce la Cultural Property Protection. La responsabilità resta condivisa fra tutte le funzioni interessate e deve essere guidata dalle priorità del comandante e dal diritto applicabile.

 La cultura come lente per la comprensione dell’ambiente operativo

La cultura costituisce una lente per interpretare l’ambiente operativo, non una competenza esclusiva della CIMIC e neppure un sinonimo di intelligence. Valori, credenze, strutture sociali, autorità tradizionali, pratiche religiose e memoria collettiva influenzano il significato attribuito agli eventi. La conoscenza del patrimonio può quindi aiutare lo staff a individuare luoghi sensibili, comprendere le narrazioni degli attori e prevedere possibili reazioni.

Questa attività deve essere organizzata secondo responsabilità chiare. La funzione intelligence raccoglie, valuta e analizza le informazioni sul nemico secondo il mandato e le procedure applicabili. La funzione CIMIC sviluppa la comprensione dell’ambiente civile e mantiene relazioni con attori non militari, nel rispetto dei limiti necessari alla fiducia e alla sicurezza degli interlocutori. Il targeting integra dati verificati e consulenza giuridica nel processo decisionale. Le operazioni, il genio, la polizia militare, la logistica e la comunicazione strategica traducono le valutazioni in misure concrete. Lo scambio di informazioni è necessario, ma non deve confondere ruoli, fonti e finalità.

La protezione dei beni culturali beneficia di questa integrazione. Le coordinate di un sito possono provenire da un’autorità civile, essere validate attraverso più fonti, inserite nei sistemi operativi, considerate nel targeting e accompagnate da misure di protezione o comunicazione. La stessa informazione attraversa più funzioni, ma ciascuna la tratta secondo la propria competenza. È questo il significato operativo della natura cross-cutting del tema.

L’analisi culturale aiuta inoltre a comprendere le motivazioni attribuite all’avversario e il valore che esso conferisce a luoghi e simboli. Tale analisi non deve trasformarsi in una spiegazione culturalista della condotta. Gli attori possono strumentalizzare identità, memorie e differenze per mobilitare sostegno, giustificare violenza o delegittimare la controparte. Il compito del pianificatore è distinguere, per quanto possibile, il significato vissuto dalla comunità dall’impiego politico che ne viene fatto. In questo modo la conoscenza culturale migliora la comprensione senza produrre stereotipi e consente di sviluppare linee d’azione più coerenti con il diritto e con gli obiettivi della missione.

Conclusioni

L’evoluzione dei conflitti contemporanei ha modificato il modo in cui si considera la protezione del patrimonio culturale. La distruzione può essere una conseguenza indiretta delle ostilità, ma può anche diventare una scelta deliberata diretta contro la memoria, il senso di appartenenza e la coesione di una popolazione. Da questa consapevolezza si è sviluppata una disciplina specifica che affianca e rafforza le regole generali sulla protezione dei beni civili. La tutela non risponde soltanto all’esigenza di conservare testimonianze di valore storico e artistico. Limita gli effetti del conflitto sulle popolazioni e preserva elementi che contribuiscono alla sicurezza e alla resilienza delle comunità. Nella prospettiva NATO, la Cultural Property Protection rientra nell’approccio di Human Security ed è trattata come tema trasversale. Ciò richiede un orientamento centrato sulle persone e, al tempo stesso, un comprehensive approach capace di coordinare competenze militari e civili senza confonderne i mandati. La conoscenza della cultura locale e la tutela delle sue manifestazioni materiali aiutano a comprendere l’ambiente operativo, valutare gli effetti delle decisioni e contrastare l’uso strumentale dei simboli. La cultura non deve però diventare una spiegazione automatica del conflitto. È una lente analitica che consente di cogliere significati e narrazioni, distinguendo le differenze vissute dalle manipolazioni politiche.

La Cultural Property Protection assume così una duplice valenza. È un obbligo giuridico, il cui rispetto non dipende dall’utilità contingente, ed è una capacità che può migliorare la pianificazione, la legittimità e l’efficacia dell’azione militare. La CIMIC offre un contributo particolarmente rilevante attraverso la comprensione dell’ambiente civile e il collegamento con gli attori competenti, ma non detiene in via esclusiva la materia. Intelligence, targeting, operazioni, consulenza giuridica, genio, polizia militare, logistica e comunicazione strategica concorrono, ciascuno secondo le proprie responsabilità. Lungi dal costituire un limite estraneo all’azione militare, la protezione dei beni culturali mostra come legalità ed efficacia possano convergere. Preservare i riferimenti culturali delle popolazioni significa ridurre il danno, mantenere aperti spazi di dialogo e proteggere una componente essenziale della ricostruzione e della pace futura.

Bibliografia

  • CHAMBERLAIN Kevin, War and Cultural Heritage. An Analysis of the 1954 Convention for the Protection of Cultural Property in the Event of Armed Conflict and its Two Protocols, Institute of Art and Law, Leicester, 2004.

  • COMMISSION ON HUMAN SECURITY, Human Security Now, New York, 2003.

  • Convenzione dell’Aja (II) del 1899 e Convenzione dell’Aja (IV) del 1907, Regolamenti concernenti le leggi e gli usi della guerra terrestre.

  • FORREST Craig J. S., “The Doctrine of Military Necessity and the Protection of Cultural Property during Armed Conflicts”, in California Western International Law Journal, vol. 37, 2007, pp. 177-219. 

  • FRANCIONI Francesco – SCHEININ Martin (a cura di), Cultural Human Rights, Martinus Nijhoff Publishers, Leiden-Boston, 2008.

  • GERSTENBLITH Patty, “From Bamiyan to Baghdad: Warfare and the Preservation of Cultural Heritage at the Beginning of the 21st Century”, in Georgetown Journal of International Law, vol. 37, 2006, pp. 245-351. 

  • GERSTENBLITH Patty, “Protecting Cultural Heritage in Armed Conflict: Looking Back, Looking Forward”, in Cardozo Public Law, Policy & Ethics Journal, vol. 7, n. 3, 2009, pp. 677-708. 

  • GIOIA Andrea, “The Development of International Law Relating to the Protection of Cultural Property in the Event of Armed Conflict: The Second Protocol to the 1954 Hague Convention”, in Italian Yearbook of International Law, vol. 11, 2001

  • HENCKAERTS Jean-Marie, “New Rules for the Protection of Cultural Property in Armed Conflict”, in International Review of the Red Cross, vol. 81, n. 835,

  • HLADIK Jan, “The 1954 Hague Convention for the Protection of Cultural Property in the Event of Armed Conflict and the Notion of Military Necessity”, in International Review of the Red Cross, n. 835, 1999, pp. 621-635. 

  • LIEBER Francis, Instructions for the Government of Armies of the United States in the Field (Lieber Code), General Orders No. 100, 24 aprile 1863.

  • MERON Theodor, “The Protection of Cultural Property in the Event of Armed Conflict within the Case-Law of the International Criminal Tribunal for the Former Yugoslavia”, in Museum International, vol. 57, n. 4, 2005,

  • MERRYMAN John Henry, “Cultural Property Internationalism”, in International Journal of Cultural Property, vol. 12, 2005, pp. 11-39. 

  • MERRYMAN John Henry, “Two Ways of Thinking About Cultural Property”, in American Journal of International Law, vol. 80, n. 4, 1986, pp. 831-853. 

  • NATO Standardization Office, AJP-01, Allied Joint Doctrine, Edition F, Version 1, 2025, Annex A, “Cross-cutting topics”.

  • NATO Standardization Office, AJP-3.19, Allied Joint Doctrine for Civil-Military Cooperation, Edition B, Version 1, giugno 2025.

  • NATO Standardization Office, AJP-5, Allied Joint Doctrine for the Planning of Operations, Edition B, 2026.

  • NATO, Human Security – Protecting Cultural Property, aggiornamento 30 agosto 2024.

  • NATO, Human Security Approach and Guiding Principles, 20 ottobre 2022.

  • NATO, Protecting Libya’s Heritage, 4 gennaio 2012.

  • O’KEEFE Roger, “The Meaning of ‘Cultural Property’ under the 1954 Hague Convention”, in Netherlands International Law Review, vol. 46, 1999, pp. 26-56. 

  • O’KEEFE Roger, The Protection of Cultural Property in Armed Conflict, Cambridge University Press, Cambridge, 2006. 

  • PROTT Lyndel V. – O’KEEFE Patrick J., “ ‘Cultural Heritage’ or ‘Cultural Property’?”, in International Journal of Cultural Property, vol. 1, 1992, pp. 307-320. 

  • Roerich Pact, Treaty on the Protection of Artistic and Scientific Institutions and Historic Monuments, Washington, 15 aprile 1935.

  • TOMAN Jiří, Cultural Property in War: Improvement in Protection, UNESCO, Paris, 2009. 

  • TOMAN Jiří, The Protection of Cultural Property in the Event of Armed Conflict. Commentary on the Convention for the Protection of Cultural Property in the Event of Armed Conflict and its Protocol, UNESCO/Dartmouth Publishing Company, Paris/Brookfield, 1996. 

  • UNESCO, Convention Concerning the Protection of the World Cultural and Natural Heritage, Parigi, 16 novembre 1972.

  • UNESCO, Convention for the Safeguarding of the Intangible Cultural Heritage, Parigi, 17 ottobre 2003

  • UNESCO, Convenzione per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, L’Aja, 14 maggio 1954.

  • UNESCO, Damaged Cultural Sites in Ukraine Verified by UNESCO.

  • UNESCO, International List of Cultural Property under Enhanced Protection.

  • UNESCO, Protocol to the Convention for the Protection of Cultural Property in the Event of Armed Conflict, L’Aja, 14 maggio 1954.

  • UNESCO, Rapid Assessment Mission to Palmyra, 2016.

  • UNESCO, Second Protocol to the Hague Convention of 1954 for the Protection of Cultural Property in the Event of Armed Conflict, L’Aja, 26 marzo 1999.

  • UNITED NATIONS DEVELOPMENT PROGRAMME, Human Development Report 1994: New Dimensions of Human Security, Oxford University Press, New York, 1994.

  • VAN WOUDENBERG Nout – LIJNZAAD Liesbeth (a cura di), Protecting Cultural Property in Armed Conflict: An Insight into the 1999 Second Protocol to the Hague Convention of 1954 for the Protection of Cultural Property in the Event of Armed Conflict, Martinus Nijhoff Publishers, Leiden-Boston, 2010. 

  • VRDOLJAK Ana Filipa, International Law, Museums and the Return of Cultural Objects, Cambridge University Press, Cambridge, 2008. 

Commenti


Tel: 380 681 9241

logo synaxis nero

SEDE LEGALE:

 

Carrer d'Escultor Antonio Sacramento 17

Interno 1A

VALENCIA 46013

Via Penne 41, Chieti

CH 66100

ISCRIVITI

Ricevi le notizie e gli aggiornamenti di Synaxis.

Grazie per l'iscrizione!

C.F. 93069940695

  • Instagram
bottom of page