Conflitto, media e percezione pubblica: la rappresentazione del diritto internazionale umanitario nei media contemporanei
- Edita | SynaxisValencia

- 5 nov
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Alessio Matarazzo - ORCID 0000-0001-6907-5500 - matarazzo91@hotmail.it

Abstract
L’intervento si propone di analizzare come il diritto internazionale umanitario (DIU) venga rappresentato nei media contemporanei con particolare attenzione alla costruzione simbolica e narrativa delle norme che regolano i conflitti armati. Lo studio intende osservare come l’informazione e la rappresentazione mediatica possano contribuire nella semplificazione e nella distorsione degli eventi bellici e dei concetti fondamentali appartenenti al DIU approfondendo il ruolo che la comunicazione visiva gioca nelle percezione collettiva nella percezione collettiva sul rispetto e la violazione dei principi stabiliti dalle Convenzioni di Ginevra del 1949, dai Protocolli aggiuntivi del 1977 e da consuetudini internazionali e su come tali narrazioni possano influenzare l’opinione pubblica in particolare tra i giovani adulti esposti a un flusso informativo costante e frammentato.
Introduzione
Il Diritto Internazionale Umanitario (DIU) rappresenta un corpus normativo fondamentale destinato a legiferare le modalità di svolgimento di azioni belliche regolamentando i mezzi e metodi di guerra limitando e azzerando gli effetti dei conflitti armati su chi non è direttamente coinvolto nelle ostilità. Le basi normative risiedono nelle quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 e nei Protocolli aggiuntivi del 1977, che stabiliscono principi cardine quali la distinzione tra civili e combattenti, la proporzionalità negli attacchi, la necessità militare e l'umanità.
Con un flusso informativo incessante caratterizzato dalla predominanza dei media digitali, la rappresentazione dei conflitti armati assume un ruolo cruciale nella formazione dell'opinione pubblica (Wilkinson, S. 2025). I social-media, attraverso immagini, narrazioni e reportage, non solo informano ma plasmano la percezione collettiva dei conflitti influenzando la comprensione e l'interpretazione delle norme umanitarie.
La letteratura evidenzia come la copertura mediatica semplifichi e distorca spesso le informazioni, privilegiando l’impatto emotivo a scapito dell’accuratezza giuridica (Xu & Zhang, 2024) che attraverso una crescente produzione e diffusione di contenuti sui conflitti armati da parte di cittadini e attori non statali attraverso i social media pone nuove sfide nella verifica delle fonti e nell’interpretazione delle violazioni del Diritto Internazionale Umanitario che attraverso l’uso di immagini proiettate sull’emotività tendono a suscitare empatia a scapito di dinamiche del conflitto e delle norme giuridiche.
La democratizzazione dell'informazione (Marino D’Amore, 2019), se da un lato ha ampliato l’accesso alle fonti e la possibilità di partecipazione attiva alla produzione dei contenuti, dall’altro ha reso necessario un approccio critico più consapevole nella valutazione della veridicità e dell’accuratezza delle informazioni compromesso dalla superficialità e dalla scarsa alfabetizzazione mediatica dell’utente finale.
In questo contesto, risulta fondamentale analizzare in che modo i media rappresentano i conflitti, quali narrazioni risultano predominanti e come queste influenzino la percezione pubblica in particolare tra gli adolescenti costantemente esposti a un flusso informativo rapido, frammentato e spesso decontestualizzato. Comprendere tali dinamiche è cruciale non solo per promuovere una cultura della pace e del rispetto delle norme umanitarie, ma anche per sviluppare strategie comunicative più consapevoli, efficaci e responsabili. Come osserva il professor Federico Boni, "i media non si limitano a riflettere la realtà, ma la costruiscono simbolicamente, influenzando l'immaginario collettivo e orientando il senso comune" (Boni, 2014).
Metodologia
La presente ricerca adotta un approccio misto, integrando metodi quantitativi e qualitativi per analizzare in profondità le modalità di rappresentazione dei conflitti armati e del Diritto Internazionale Umanitario (DIU) nei media contemporanei. Questo approccio consente di cogliere sia le dinamiche numeriche della percezione pubblica, sia le sfumature testuali e visive dei contenuti mediatici, al fine di comprendere come narrazioni e simboli contribuiscano alla costruzione sociale della percezione del conflitto armato. Il campione è costituito da 212 partecipanti, con un’età media di 49,39 anni (DS ± 16,99) e una distribuzione di genere equilibrata (102 uomini, 110 donne). La fascia d’età degli intervistati spazia dagli adolescenti (14 anni) agli over 80, coprendo così un ampio spettro demografico conforme alla classificazione ICF-CY (WHO, 2007). La raccolta dati quantitativa è stata effettuata mediante un questionario strutturato, che include una scala Likert a 5 punti (da 1 = per niente d’accordo a 5 = pienamente d’accordo), utile a misurare il livello di accordo o disaccordo rispetto a vari aspetti della rappresentazione mediatica del DIU. Parallelamente, è stata condotta un’analisi qualitativa sui contenuti testuali e visivi selezionati da tre principali fonti mediatiche: reportage giornalistici tradizionali e contenuti digitali (post e video) diffusi tramite social media (Instagram, X, TikTok). La selezione dei materiali si è concentrata su contenuti pubblicati durante scenari di crisi armata recenti (2022–2025), per cogliere dinamiche attuali di comunicazione e percezione. Per l’analisi qualitativa sono state adottate diverse metodologie complementari: l’analisi tematica (Thematic Content Analysis) per identificare e categorizzare i principali temi ricorrenti nella narrazione mediatica (Braun & Clarke, 2006); l’analisi del contenuto qualitativa (Qualitative Content Analysis) utilizzando la scala Likert per valutare la frequenza e la rilevanza delle tematiche trattate (Elo & Kyngäs, 2008); l’analisi del discorso (Discourse Analysis) per comprendere le costruzioni linguistiche e simboliche alla base delle rappresentazioni (Fairclough, 1995); e l’analisi semiotica (Semiotic Analysis) per interpretare i segni visivi e iconici, con particolare attenzione agli effetti emotivi e simbolici delle immagini e dei video (Rose, 2016). L’intero processo di codifica e interpretazione è stato supportato da schede descrittive e matrici comparative per garantire trasparenza, riproducibilità e coerenza metodologica, nel rispetto degli standard scientifici di rigore (Nowell et al., 2017)
Discussione
L’analisi dei dati emersi dal questionario sul ruolo dei media nella rappresentazione del diritto internazionale umanitario (DIU) nei conflitti contemporanei evidenzia diverse tendenze significative nella percezione pubblica. Dai dati emerge una certa diffidenza e cautela nel considerare narrative che attribuiscono alle parti in conflitto comportamenti potenzialmente controversi.
Un dato rilevante riguarda l’autovalutazione degli strumenti personali per interpretare correttamente le notizie di guerra, dove quasi il 45% dei rispondenti dichiara di non sentirsi sufficientemente preparato (19,3% per niente d’accordo e 25,9% poco d’accordo), mentre meno del 10% si dichiara pienamente competente in tal senso. Questo indica una percezione diffusa di difficoltà nel decodificare le complesse informazioni mediatiche relative ai conflitti.
La maggioranza dei partecipanti esprime un forte consenso circa l’utilità di inserire nei contenuti mediatici di guerra disclaimer o spiegazioni giuridiche: oltre l’80% è favorevole a questa integrazione, evidenziando il bisogno di un contesto più chiaro per una corretta comprensione. Analogamente, quasi il 90% degli intervistati ritiene che i media abbiano una responsabilità etica nel rappresentare il DIU, mentre una percentuale simile sostiene che scuole e università dovrebbero promuovere un’educazione alla lettura critica delle notizie sui conflitti. L’importanza di un’informazione mediatica chiara e formativa è confermata anche dal fatto che oltre il 90% ritiene fondamentale che i media spieghino il DIU, e quasi l’89% crede che l’informazione mediatica possa influenzare il rispetto delle norme umanitarie da parte della società.
Per quanto riguarda l’effetto dei reportage, circa un terzo degli intervistati afferma di aver cambiato idea su un evento bellico dopo aver visto un reportage, mentre la maggioranza rimane più cauta. Inoltre, l’influenza dei contenuti mediatici sulla percezione di chi abbia ragione o torto in un conflitto appare distribuita, con un’ampia fascia centrale di risposte indicative di opinioni più sfumate. Il ruolo dei media nel generare empatia verso le vittime è riconosciuto da circa il 75% dei partecipanti, ma vi è anche una forte consapevolezza (oltre l’80%) che le narrazioni mediatiche tendano a semplificare eccessivamente la complessità dei conflitti e l’impatto delle immagini di guerra diffuse sui social e sui telegiornali sulla comprensione dei conflitti presenta opinioni più diversificate, con una distribuzione più equilibrata tra chi ne percepisce un’influenza significativa e chi è più scettico.
Conclusioni
La presente ricerca ha messo in luce il ruolo cruciale che i media – in particolare quelli digitali – ricoprono nella costruzione simbolica e narrativa dei conflitti armati e nella diffusione del Diritto Internazionale Umanitario (DIU). Attraverso un approccio integrato, qualitativo e quantitativo, è stato possibile esaminare in profondità sia le percezioni del pubblico che le strutture narrative dei contenuti mediali, evidenziando come l’informazione sui conflitti non sia mai neutra, ma venga veicolata attraverso logiche discorsive e visuali capaci di orientare il senso comune.
I dati quantitativi raccolti tramite il questionario mostrano chiaramente una diffusa incertezza nella popolazione in merito alla propria capacità di interpretare correttamente le notizie di guerra. Quasi la metà dei rispondenti ha dichiarato di non possedere strumenti adeguati a comprendere la complessità dei conflitti e le implicazioni giuridiche che ne derivano. Questo dato evidenzia un deficit formativo e informativo che rischia di compromettere la consapevolezza critica del pubblico, in particolare in relazione al rispetto e alla comprensione delle norme umanitarie sancite dal DIU.
Parallelamente, è emersa una chiara richiesta sociale di maggiore responsabilità etica da parte dei media. La stragrande maggioranza dei partecipanti si è espressa a favore dell’inserimento nei contenuti informativi di disclaimer e spiegazioni giuridiche che possano aiutare il lettore/spettatore a contestualizzare correttamente ciò che osserva. Questo risultato suggerisce la necessità urgente di sviluppare linee guida editoriali e politiche di comunicazione che pongano al centro la trasparenza informativa e la tutela dei diritti umani.
L’analisi qualitativa dei contenuti testuali e visivi provenienti dai media tradizionali e dalle piattaforme digitali ha ulteriormente confermato la tendenza a una spettacolarizzazione dei conflitti. L’uso di immagini forti, spesso emotivamente cariche, può generare empatia verso le vittime – aspetto riconosciuto da circa il 75% degli intervistati – ma al contempo rischia di semplificare la complessità geopolitica e giuridica delle situazioni belliche. La narrazione emozionale, pur utile a sensibilizzare l’opinione pubblica, non può sostituirsi a un’informazione strutturata e competente.
Infine, è emerso che i contenuti mediali possono influenzare non solo le opinioni sulle parti in causa in un conflitto, ma anche la percezione generale della legalità e della giustizia internazionale. Il fatto che circa un terzo degli intervistati abbia modificato la propria opinione su un evento bellico dopo la visione di un reportage testimonia la potenza persuasiva del linguaggio mediale e rafforza l’urgenza di una media literacy diffusa, soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione.
In conclusione, la rappresentazione del DIU nei media non è un semplice riflesso della realtà giuridica dei conflitti, ma una costruzione attiva, carica di implicazioni simboliche, educative e politiche. Promuovere un'informazione mediatica più accurata, trasparente e giuridicamente informata non è solo un obiettivo auspicabile, ma un imperativo etico e sociale. Ciò richiede una sinergia tra istituzioni educative, organi di informazione, enti umanitari e piattaforme digitali, affinché la comunicazione sui conflitti diventi uno strumento di comprensione, rispetto e prevenzione, anziché di manipolazione, semplificazione o disinformazione.
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